Tra Federico II, Manfredi, la caccia con il falcone e la corte itinerante, il grande complesso lucano racconta una storia di potere, cultura e scienza nel cuore del Regno di Sicilia.
Il Castello di Lagopesole non è soltanto una delle architetture medievali più imponenti della Basilicata. È un luogo in cui la storia ha lasciato una traccia profonda, ancora oggi capace di interrogare studiosi, visitatori e comunità. Parlare di Lagopesole significa infatti entrare in una rete complessa di potere, residenza, controllo del territorio, cultura cortese e sapere scientifico. Significa, soprattutto, rimettere in discussione l’immagine convenzionale del Medioevo come epoca oscura, per restituirgli la sua dimensione dinamica, creativa e sorprendentemente moderna.
Al centro di questa storia c’è Federico II di Svevia, imperatore e re di Sicilia. Ma già questo termine, “Sicilia”, richiede attenzione. Nel Medioevo non indicava soltanto l’isola, bensì l’intero regno, comprendente anche l’Italia meridionale continentale. È in questo spazio politico e culturale, affacciato sul Mediterraneo e proiettato verso l’Africa e il Medio Oriente, che si colloca la vicenda di Lagopesole.
Il castello sorge in un territorio che, tra età normanna e sveva, assunse un ruolo decisivo. La Basilicata stessa, come configurazione istituzionale, trova in quell’epoca una definizione più precisa, attraverso il giustizierato istituito in età sveva. I confini non coincidevano con quelli dell’attuale regione, ma il dato è significativo: questa terra era parte viva di un sistema politico, amministrativo e culturale di grande rilevanza.
Lagopesole viene spesso chiamato “castello”, ma le fonti medievali impongono maggiore cautela. Nei documenti ricorrono termini diversi: castrum, domus, palatium. Non sono etichette neutre. Il primo richiama la funzione fortificata; il secondo può indicare una residenza, ma anche un insieme di edifici; il terzo rimanda alla dimensione palaziale e rappresentativa. Nel caso di Lagopesole, queste parole sembrano sovrapporsi. Il complesso non fu dunque soltanto una struttura militare, ma anche una residenza di potere, un luogo di rappresentanza e probabilmente uno spazio articolato in più corpi edilizi.
Questa complessità emerge anche osservando la struttura architettonica. Il castello non appare come un organismo nato in un unico momento. Le diverse parti non sono tutte perfettamente in asse: la torre del cortile minore, il cosiddetto donjon, e gli altri ambienti suggeriscono una storia edilizia lunga, fatta di trasformazioni, adattamenti e nuove funzioni. Come spesso accade nei grandi monumenti medievali, la pietra conserva le tracce di epoche diverse.
Le prime testimonianze conducono all’età normanna. Nel 1129-1130, Ruggero II d’Altavilla, futuro primo re di Sicilia, si fermò a Lagopesole, indicato da una fonte come oppidum, cioè luogo fortificato. Pochi anni dopo, nel 1137, vi passarono anche l’imperatore Lotario II e papa Innocenzo II, ma secondo la cronaca di Montecassino non furono ospitati all’interno del castello: si fermarono in tende e padiglioni. Questo dettaglio lascia pensare che la struttura allora esistente non fosse ancora adeguata ad accogliere figure di tale rango.
Con Federico II e, soprattutto, con Manfredi, Lagopesole assunse una centralità nuova. Federico vi soggiornò almeno nel 1230 e nel 1246, anche se la documentazione non consente di stabilire quante altre volte vi sia passato. La corte medievale, del resto, era itinerante: non coincideva con una capitale stabile, ma con il luogo in cui si trovava il sovrano. Quando l’imperatore era a Lagopesole, Lagopesole diventava corte.
Ancora più stretto fu il rapporto con Manfredi di Svevia, figlio di Federico II. Le fonti indicano la sua presenza a Lagopesole quasi ogni estate tra il 1254 e il 1265. Una cronaca di Saba Malaspina, riferita al 1262, parla del ritorno di Manfredi ai suoi “consueti piaceri” di Lagopesole. L’espressione è importante: lascia intuire una frequentazione abituale e una funzione residenziale legata allo svago aristocratico, ma non solo.
Quei “piaceri” erano probabilmente connessi alla caccia, in particolare alla falconeria. Per Federico II, però, la caccia con il falcone non era un semplice passatempo nobiliare. Era anche osservazione, metodo, conoscenza della natura. Lo dimostra il De arte venandi cum avibus, l’opera dedicata alla caccia con gli uccelli, attribuita allo stesso imperatore. In essa Federico non si limita a raccogliere saperi precedenti, ma li discute criticamente, fino a correggere Aristotele quando l’esperienza diretta sembra contraddirlo. È un atteggiamento che rivela una visione del sapere fondata sull’osservazione e sulla verifica.
A questa tradizione è legato uno dei manoscritti più celebri dell’opera, il Palatino Latino 1071 conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Si tratta di un codice straordinario anche per le sue miniature, probabilmente appartenuto a Manfredi, che vi avrebbe apportato correzioni e integrazioni. Il manoscritto si interrompe bruscamente, con pagine rimaste bianche: una cesura che sembra riflettere la morte di Manfredi nella battaglia di Benevento del 1266.
La fine di Manfredi segna uno snodo drammatico anche per Lagopesole. Dopo la battaglia, Carlo I d’Angiò, vincitore sul campo, si fermò proprio qui. Con lui c’era la moglie, gravemente malata, che a Lagopesole fece testamento e morì poco dopo. La scelta del luogo non fu casuale: se il sovrano angioino vi condusse una donna in fin di vita, il complesso doveva offrire condizioni di accoglienza solide e adeguate. Anche questo conferma la funzione residenziale del castello.
Lagopesole, dunque, non fu soltanto un presidio militare. I castelli dell’interno del Regno non servivano principalmente a difendere un confine esterno, come accadeva nelle aree settentrionali prossime a Montecassino. Avevano piuttosto una funzione di controllo delle vie, di presidio del territorio, di garanzia dell’ordine interno. A questa funzione pratica si aggiungeva quella simbolica: il castello rendeva visibile la presenza del sovrano anche quando il sovrano era altrove.
Ma c’è un altro elemento decisivo: la cultura. Dove si fermava la corte, lì circolavano funzionari, notai, poeti, giuristi, uomini di sapere. La scuola poetica siciliana, da cui prende avvio una parte fondamentale della letteratura italiana, nacque nella corte federiciana: non in una “Sicilia” intesa soltanto come isola, ma nel più ampio Regno di Sicilia. Anche luoghi come Lagopesole furono parte di questo paesaggio culturale.
Per comprendere davvero un monumento come Lagopesole, però, non basta evocare immagini suggestive. Serve il lavoro sulle fonti. Le testimonianze medievali sono frammentarie, talvolta ambigue, a volte perdute. Alcune informazioni fondamentali ci sono giunte grazie alle trascrizioni realizzate da Giustino Fortunato all’inizio del Novecento su documenti della cancelleria angioina, poi distrutti nel 1943 durante la Seconda guerra mondiale. È un promemoria essenziale: la storia dipende dalla conservazione della memoria, ma anche dalla capacità di interrogarla correttamente.
In questa prospettiva, il Castello di Lagopesole è molto più di un monumento da visitare. È un documento aperto. Racconta la Basilicata medievale come spazio di connessione mediterranea, terra di sovrani, poeti, falconieri, cronisti, architetti e funzionari. Racconta un Medioevo fatto di potere e conflitto, ma anche di scienza, arte, mobilità e immaginazione.
