Dai Bizantini ai Normanni, da Ruggero II a Federico II, la città dei Sassi appare nelle fonti medievali come nodo di strade, poteri e culture.
Matera è spesso raccontata attraverso la pietra. I Sassi, le grotte, la gravina, l’architettura scavata sembrano consegnarla a un immaginario terrestre, quasi minerale. Eppure, per comprendere la sua storia medievale, bisogna partire dall’acqua.
È l’acqua che scava la roccia, che modella le gravine, che apre passaggi, che permette la vita. È l’acqua cercata dagli animali lungo i tratturi, l’acqua che accompagna gli spostamenti verso valle e verso il mare. Ed è ancora l’acqua, idealmente, a collegare Matera a un orizzonte più ampio: quello dell’Adriatico, dell’Oriente, del Mediterraneo.
La Matera medievale non fu dunque un luogo isolato. Fu una città interna, certo, ma inserita in una rete di percorsi, scambi, poteri e conflitti che la collegavano al mare e al mondo mediterraneo. La sua storia, per quanto frammentaria nelle fonti, mostra una città attraversata da grandi trasformazioni: bizantine, longobarde, normanne, sveve.
Raccontarla significa anche accettare un limite: della Matera altomedievale sappiamo meno di quanto vorremmo. Lo storico lavora su tracce spesso scarse, su cronache brevi, su annali che registrano eventi drammatici in poche righe. Non tutto può essere ricostruito. Ma proprio quei frammenti, se interrogati con cautela, permettono di collocare Matera dentro una storia più grande.
Una delle prime questioni riguarda i nomi e i confini. La Basilicata medievale non coincideva con l’attuale regione. Il nome “Basilicata” comincia ad affacciarsi in età normanna, ma è soprattutto con Federico II che assume una più precisa configurazione istituzionale, attraverso il giustizierato. Prima, e ancora a lungo, i nomi dei territori erano mobili: Lucania, Puglia, Apulia, Basilicata indicavano spazi diversi da quelli odierni. Anche Matera, in alcune fasi, non rientrava nella Basilicata così come oggi la intendiamo.
È un dato importante, perché costringe a non leggere il Medioevo con le categorie amministrative contemporanee. Le regioni non erano entità fisse. Le appartenenze mutavano. Le frontiere si spostavano. Matera apparteneva a un sistema politico e culturale più ampio, in cui il Mezzogiorno era un ponte tra Occidente e Oriente, tra Europa latina, mondo bizantino, mondo islamico e Mediterraneo.
Le fonti medievali restituiscono una città segnata da episodi violenti. Nell’867 Matera sarebbe stata incendiata da Ludovico II. Nel 940 vi sarebbe stata una battaglia tra Greci e Longobardi. Nel 994 o 996, secondo cronache diverse, la città avrebbe subito un assedio durissimo, ricordato con immagini estreme di fame e disperazione. Le discrepanze cronologiche non devono sorprendere: gli annali medievali nascevano spesso come annotazioni legate ai calendari liturgici, e gli eventi potevano slittare di uno o due anni nella trasmissione delle notizie.
Un passaggio decisivo avviene nell’XI secolo. Nel 1042, secondo gli Annales Barenses e l’Anonimo di Bari, il comandante bizantino Giorgio Maniace giunse a Matera dopo l’allontanamento dei Normanni e fece uccidere più di duecento uomini catturati nei campi, davanti agli occhi degli abitanti. È un episodio di grande durezza, che segnala quanto la città fosse dentro il conflitto tra potere bizantino e presenza normanna.
Sempre per il 1042, Lupo Protospata ricorda un fatto di rilievo: Guglielmo Braccio di Ferro sarebbe stato eletto conte dai materani. La notizia colloca Matera nel momento di affermazione dei Normanni nell’Italia meridionale. Uomini provenienti dal Nord Europa, inizialmente guerrieri e cavalieri, i Normanni seppero trasformarsi in una classe dirigente capace di costruire un regno mediterraneo. Conquistarono la Puglia, poi la Sicilia, e con Ruggero II diedero vita a una delle monarchie più originali del Medioevo europeo.
È proprio in età normanna che Matera compare anche in un’opera geografica di straordinaria importanza: il Libro di Ruggero, composto dal geografo arabo al-Idrisi per Ruggero II. In quella descrizione del mondo conosciuto, Matera è indicata come città bella, estesa e popolata, collegata a Taranto, Bari, Gravina e ad altri centri del Mezzogiorno. Non è un dettaglio marginale: significa che Matera era riconosciuta come nodo urbano all’interno di una geografia politica e commerciale più vasta.
La geografia, nel Medioevo, non era solo descrizione dello spazio. Era anche visione del mondo. Le mappe, dai modelli più simbolici alle rappresentazioni più raffinate, mostravano un Mediterraneo attraversato da popoli, lingue, religioni, merci e saperi. Matera, pur non essendo città di mare, partecipava di questa dimensione. Le strade terrestri la connettevano ai porti e alle rotte marittime; le gravine, i tratturi e le vie interne facevano parte di un sistema di mobilità più ampio.
Con Federico II questa dimensione mediterranea assume un ruolo ancora più marcato. L’imperatore svevo, re di Sicilia, governava un regno che aveva nel mare una risorsa strategica. Le fonti medievali descrivono il mare come luogo temuto: spazio di tempeste, pirati, fame, malattie e naufragi. Eppure era inevitabile. Chi governava il Mezzogiorno doveva misurarsi con il Mediterraneo.
Nel 1228-1229 Federico II compì la sua crociata, pur essendo scomunicato. Fu una spedizione anomala, conclusa non con una grande battaglia, ma con un accordo diplomatico con il sultano al-Malik al-Kamil. Federico entrò a Gerusalemme e si incoronò senza l’intervento del papa. L’episodio alimentò polemiche durissime. Nella propaganda pontificia, l’imperatore fu accostato a immagini apocalittiche; Gioacchino da Fiore e la tradizione gioachimita contribuirono a leggere la sua figura in chiave escatologica e inquietante.
Il rapporto di Federico con il Mediterraneo non fu soltanto militare o politico. Fu anche culturale e scientifico. La sua corte fu luogo di incontro tra lingue, saperi e tradizioni diverse. Nella sua figura convivevano la diplomazia, il diritto, la scienza naturale, la curiosità per il mondo animale, la cultura latina, araba e greca. Anche le leggende nate intorno a lui — dalle accuse di empietà agli esperimenti scientifici, fino ai racconti su Cola Pesce — rivelano quanto la sua immagine fosse legata all’acqua, al mare, alla conoscenza e alla meraviglia.
Matera, in questa prospettiva, non va letta come periferia. Va piuttosto collocata dentro una storia mediterranea fatta di connessioni. I Sassi, le colline, le gravine e il mare non sono mondi separati. Sono parti di un unico paesaggio storico, attraversato da eserciti, mercanti, monaci, sovrani, animali, pellegrini e uomini di sapere.
Questa è forse la lezione più importante che emerge dal racconto della Matera medievale: la città non fu soltanto un luogo scavato nella roccia, ma uno spazio aperto. Aperto alle vie dell’acqua, ai percorsi della transumanza, ai collegamenti con l’Adriatico, alle tensioni tra Bisanzio, Longobardi, Normanni e Svevi, alle geografie culturali del Mediterraneo.
Raccontare Matera nel Medioevo significa quindi superare l’immagine statica della città di pietra. Significa riconoscere una città mobile, connessa, attraversata da forze storiche di portata europea e mediterranea. Una città in cui la terra e l’acqua, la roccia e il mare, la memoria locale e la grande storia si incontrano.
Ed è proprio qui che il Medioevo torna a mostrarsi non come un’età buia, ma come un tempo complesso, creativo, drammatico e vitale. Un tempo in cui Matera, pur lontana dalla costa, guardava molto più lontano di quanto oggi potremmo immaginare.
