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Collana editoriale
“Fantastico Medioevo”

Undici volumi editi da Laterza raccontano di un passato luminoso, che parla al presente e orienta il futuro.

Una storia di incontri tra popoli, culture e civiltà nel cuore del Mediterraneo. La narrazione avvincente ma rigorosa di un passato luminoso, che parla al presente e orienta il futuro.

La collana punta a favorire la conoscenza storica del Medioevo tra studenti, studiosi e appassionati.

I volumi

Fulvio Delle Donne, Merli, aquile e falchi. Itinerari tra i castelli di Federico II

I castelli degli Svevi segnano tutto il paesaggio dell’Italia meridionale. Qui soggiornarono a lungo il grande imperatore Federico II e la sua corte che rappresentarono il punto di innesco di una vera e propria rivoluzione istituzionale, politica e culturale.

La corte itinerante del sovrano svevo si mosse ininterrottamente lungo le strade che innervavano un ricchissimo territorio adagiato fra tre mari, tessendo una rete a trama fitta in cui le costruzioni castellari costituivano i punti di snodo di un sistema articolato e preciso. In quegli edifici, che univano funzioni militari e di controllo, residenziali e simboliche, Federico II e suo figlio Manfredi soggiornarono spesso per dedicarsi all’arte della falconeria, non semplice passatempo per nobili, ma vera passione elevata a moderna scienza sperimentale. La loro presenza rese questi castelli dei punti di innesco per una rivoluzione sia istituzionale, elevando il Regno a Stato strutturato, sia culturale, facendo del sapere un mezzo per accedere all’autentica nobiltà. Così il Mezzogiorno divenne l’epicentro di un terremoto che nel Duecento scosse l’intera Europa. Questo fu il luogo in cui la riscoperta di Aristotele, la nascita di raffinate lingue poetiche e l’istituzione della prima università statale (1224) si riverberarono sull’emanazione delle Costituzioni di Melfi (1232) riflettendosi nell’organizzazione di un’istituzione dalla durata secolare, fondata su nuove idee di virtù, sapere, gentilezza e amore che si intrecciano tra loro inestricabilmente.

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Ortensio Zecchino, Melfi 1231. Federico II e l’emanazione della Costituzione

Al crinale tra Medioevo e modernità, la Costituzione di Federico II fu dettata per il Regno di Sicilia, ma divenne immediatamente un vigoroso manifesto del potere imperiale.

Il mito ha accompagnato la figura di Federico II fin dalla sua nascita. L’alto senso che aveva della missione

imperiale fece il resto. Nel corso dei secoli, la fonte principale del mito è stata la Costituzione, un documento straordinario che Burckhardt definì ‘opera d’arte’. Federico ne fu il vero autore, di questo se ne hanno prove certe. Il testo, dettato come legge per il Regno di Sicilia, volle essere un vigoroso manifesto del potere, divenendo autentico pomo della discordia tanto per perturbamento degli interessi della Chiesa nel regno, quanto per l’ideologia imperiale sbandierata, urticante per il papato. Come legge del Regno mostra una vocazione all’interventismo statale precoce per i tempi, con precise norme per limitare i poteri di feudalità e clero, su burocrazia e giustizia, su istruzione universitaria, in particolare sulla formazione medica, su professioni, agricoltura, artigianato, commercio, salute pubblica. Come manifesto per l’impero mise in chiaro il rapporto col papato, affermando, con roboanti argomentazioni filosofico-teologiche, il potere del sovrano come guida della cristianità nelle cose terrene, in perfetta simmetria ed equilibrio col potere papale nelle cose spirituali.

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Alessandro Di Muro, Roberto il Guiscardo e i giuramenti di Melfi

Sul finire dell’agosto del 1059 Roberto il Guiscardo giurò fedeltà e protezione al pontefice Niccolò II, ricevendo in cambio il riconoscimento solenne delle sue conquiste. Si gettarono così le fondamenta per la creazione di uno stato unitario nel Mezzogiorno, un progetto che sarebbe stato realizzato settant’anni dopo con la nascita del Regno di Sicilia.

Il giuramento di fedeltà prestato da Roberto il Guiscardo al pontefice Niccolò II a Melfi nel 1059, può essere a ragione considerato un tornante epocale nella storia d’Italia. Sancì il riconoscimento del potere normanno nell’Italia meridionale, modificando radicalmente gli equilibri politici della Penisola e non solo. Protagonista assoluto di quell’episodio fu Roberto, un personaggio eccezionale che a buon diritto può essere annoverato tra i più grandi condottieri del tempo. Dopo l’investitura a duca di Puglia, Calabria e Sicilia (ancora in mano ai Musulmani), Roberto si avviò a diventare signore del Mezzogiorno, per poi intraprendere l’impresa più avventurosa, mai tentata prima: la conquista dell’Impero romano d’Oriente, con l’obiettivo di impadronirsi della capitale Costantinopoli e della dignità imperiale. Dotato di una smisurata ambizione, Roberto non fu solo un abile stratega e un guerriero straordinariamente valoroso. Fu anche dotato di scaltra e lungimirante prospettiva politica che emerge, in modo singolare, nella capacità di ridefinire a suo vantaggio gli equilibri di potere tra papato e impero, insinuandosi prepotentemente nella “Lotta delle investiture”. Entrando da vincitore a Roma nel 1084, per sottrarre il papa Gregorio VII all’assedio dell’imperatore Enrico IV, si presentò al mondo come protagonista assoluto della grande storia. In maniera strabiliante, con la minaccia militare sì, ma soprattutto con la prudenza della virtù politica riuscì a far convivere sotto la sua guida popoli, culture e religioni di un Mezzogiorno multietnico: un Mezzogiorno che offriva le sponde per il controllo dell’intero Mediterraneo.

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Francesco Panarelli, Guglielmo III, il re bambino. L’ultimo re degli Altavilla

Dopo la morte di re Tancredi nel febbraio 1194 fu ancora incoronato re il piccolo Guglielmo, suo secondogenito. Deportato oltre le Alpi pochi mesi dopo dal vincitore Enrico VI, su di lui si concentrano notizie contrastanti di violenze e mutilazioni orribili, ma anche un rapporto stretto con Matera.

Alla morte del marito Tancredi e nel pieno della lotta con Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, a Palermo la vedova Sibilla, nella primavera del 1194, riuscì a far incoronare re l’ultimo sopravvissuto in linea maschile, il piccolo Guglielmo, terzo di questo nome sul trono di Sicilia. Il suo fu un tragico destino, insieme a quello dell’intera famiglia. Sibilla accettò la resa, ma venne ben presto accusata di aver ordito trame ai danni della nuova coppia regia; fu imprigionata e con lei l’intera famiglia venne deportata al di là delle Alpi. Le figlie di Sibilla ottennero nel giro di qualche anno la libertà, ma diversa fu la sorte dell’erede maschio. Il piccolo re sarebbe stato mutilato, con la finalità di renderlo inadatto a ricoprire o rivendicare la funzione di re. I cronisti, e anche Boccaccio, aggiungono particolari cruenti e suscitano pietà per la vittima. Ma le fonti non sempre sono univoche e coerenti. Un casuale accenno in un documento pontificio ci fa infatti sapere che il piccolo re non era stato spogliato di tutti i suoi beni e aveva avuto la possibilità quantomeno di decidere in merito al luogo della sua sepoltura: un monastero presso Matera, ben distante dalla prigionia alpina.

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Victor Rivera Magos, Il formidabile 1041. L’inizio della conquista normanna del Mezzogiorno

Nel 1041 un manipolo di cavalieri normanni entra nottetempo a Melfi e la trasforma nella loro capitale. A guidarli è Guglielmo Bracciodiferro, primogenito della dinastia degli Altavilla venuti poco prima dalla Normandia. Tra accordi diplomatici, mediazioni politiche e battaglie cruente, un pugno di uomini dà vita a una delle più formidabili saghe del Medioevo mediterraneo.

All’inizio del secolo XI, il lungo conflitto che nel Sud Italia impegnava Longobardi, Bizantini e Musulmani viene bruscamente interrotto dall’entrata in scena di nuovi protagonisti: i Normanni. Pellegrini, esuli, cavalieri abituati alla guerra, ma anche abili strateghi e acuti negoziatori, giungono “nella terra del latte e del miele” e la fanno propria. Nel 1041 entrano a Melfi con l’intento di cacciare i Bizantini dai territori dell’attuale Basilicata e Puglia. Sono sostenuti dal principe longobardo Guaimaro di Salerno e dal conte di Aversa Rainulfo Drengot, ma sono soprattutto mossi da un inarrestabile desiderio di conquista e da un’abilità eccezionale nell’insinuarsi nelle smagliature del potere. Ha inizio così l’epopea di un gruppo di guerrieri e di 12 capi venuti dal Nord, dal ducato di Normandia, alla cui testa presto si impone Guglielmo, fratello maggiore di Roberto il Guiscardo, noto per la sua forza come “Bracciodiferro”. In queste pagine il complesso racconto della conquista normanna dell’Italia meridionale, durata quasi un secolo, si sofferma sul periodo iniziale, quello che va dal 1038 al 1041. Quattro anni durante i quali, tra accordi diplomatici, mediazioni politiche e battaglie cruente, un gruppo di circa 300 uomini dà vita a una delle più formidabili saghe del Medioevo mediterraneo.

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Amalia Galdi, La principessa Sichelgaita e l’inarrestabile ascesa del Guiscardo

Discesi dal Nord della Francia, i Normanni condizionarono a lungo e profondamente le vicende del Mezzogiorno d’Italia. Di questo complesso scenario storico uno dei protagonisti indiscussi fu Roberto il Guiscardo, accompagnato dalla moglie, la principessa Sichelgaita. 

Giunto dalla Normandia insieme agli altri fratelli Altavilla, Roberto il Guiscardo diventò in pochi anni il leader quasi del tutto incontrastato dei capi normanni presenti in Italia meridionale, grazie a innegabili capacità militari e a doti politiche non comuni. Le sue strategie contemplarono anche un uso disinvolto dei matrimoni per sugellare alleanze politico-militari, coinvolgendo la sua famiglia e il suo clan, ma soprattutto sé stesso. Dopo le prime nozze con la normanna Alberada, con cui concepì Boemondo e che fu successivamente ripudiata, il matrimonio con Sichelgaita, la sorella del principe longobardo di Salerno Gisulfo II, contribuì in modo significativo alla sua inarrestabile ascesa.

La principessa, apparentemente solo una pedina di giochi politici che trascendevano i suoi reali desideri, seppe ritagliarsi un ruolo importante nelle scelte del marito, aldilà dell’evanescenza con la quale la tratteggiano le fonti, favorendo la successione del figlio Ruggiero ed entrando addirittura nel mito, che ne costruì la figura di donna implacabile in guerra e capace di utilizzare la conoscenza dei veleni per perseguire i propri scopi.

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Amedeo Feniello, Attraverso la crisi. Melfi e il suo territorio tra XIII e XV secolo

Melfi, soglia della Puglia e laboratorio del Mezzogiorno, attraversa tra XIII e XV secolo crisi e rilanci: dalla centralità normanno-sveva alla riorganizzazione angioina, fra masserie, commercio e transumanza, fino alla signoria quattrocentesca dei Caracciolo, una straordinaria storia di resilienza. 

Melfi non è solo una città: è un crocevia. Non a caso le fonti medievali la chiamano “caput et ianua” della Puglia, punto che collega e tiene insieme Tavoliere, Basilicata e le vie verso Napoli. A testimoniarlo, la lunga durata delle sue infrastrutture, dei suoi pedaggi, del suo grano, delle sue greggi e dei suoi mercanti. Lungo il suo crinale, Federico II e la Curia innestano una rete di masserie e allevamenti: un disegno produttivo che gli Angioini potenziano, trasformando Melfi in un centro di coordinamento e di controllo. Dopo il Vespro, mentre il Regno entra in crisi e si riorganizza, il quadrilatero Manfredonia–Foggia–Melfi–Trani diventa cerniera vitale, dove grano, foraggi e capitali fiorentini agganciano il Sud continentale a circuiti mediterranei più ampi.

Il Trecento porta ferite, spopolamenti, fratture. Ma qui la crisi diventa laboratorio: con Niccolò Acciaiuoli la città riparte, si riorganizza, consolida le sue strutture, si riapre alle reti della lana e del credito; una piccola colonia fiorentina porta contabilità, investimenti, nuove rotte commerciali. Poi la signoria dei Caracciolo trasforma Melfi in una “Napoli picciola”, fino agli anni Veni del Cinquecento quando l’orbita imperiale asburgica tocca anche il Vulture.

Questo libro mostra, alla prova delle fonti, un territorio ibrido e fertile dove l’instabilità diventa progetto, i confini si intrecciano in una trama di scambi, il potere prende forma d’istituzione. Una storia di resilienza che dal Mezzogiorno medievale arriva fino al presente.

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Alessandro Vanoli, Storia di Luca il convertito. I saraceni a Pietrapertosa

Un uomo senza patria, in cerca della vera religione in una terra in bilico tra fedi e poteri: la Lucania del Mille come non l’avete mai vista.

Alla fine del X secolo, quando la Lucania era una frontiera inquieta tra Oriente e Occidente, un nome emerge dalle pieghe di un documento del XII secolo: Luca, forse un greco, certamente un uomo sospeso tra mondi. Convertito dall’antica fede cristiana all’Islam, il suo passaggio lasciò dietro di sé un’eco di devastazioni attorno a Tricarico e Pietrapertosa. Ma chi era davvero questo “rinnegato”? Un avventuriero? Un emissario? Un sopravvissuto costretto alle scelte più estreme?

Seguendo la fievole traccia lasciata dalla storia, il libro ricostruisce un paesaggio umano e culturale in cui montagne silenziose, confini porosi, greci e normanni, rotte saracene e villaggi sospesi tra paura e meraviglia si intrecciano in un mosaico inatteso. È il ritratto di una regione in cui lingue, religioni e identità si sfiorano, si confondono, si combattono: un Mediterraneo interiore dove nulla è immobile e nessuno è davvero ciò che sembra.

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Fulvio Delle Donne, La monaca imperatrice. Costanza d’Altavilla e la stupefacente nascita di Federico II

Una madre ormai anziana – per Giovanni Boccaccio addirittura quasi sessantenne – e un parto che la leggenda volle simulato o esibito sulla pubblica piazza: così nasce il mito di Costanza d’Altavilla, la donna che generò Federico II tra stupore, sospetto e meraviglia. 

Costanza d’Altavilla è una figura potente ed enigmatica, che si staglia sull’orizzonte della memoria. Per Dante è uno degli “spiriti difettivi” del cielo della Luna, vittima di voti infranti: una monaca alla quale sono tolte a forza le sacre bende perché diventi imperatrice. Per la storia è l’ultima erede dei re normanni di Sicilia e la madre di Federico II, colui che un cronista del tempo avrebbe definito “Stupor Mundi”. Fu al centro di uno dei momenti più drammatici e decisivi della trasformazione del Mediterraneo medievale. Sposata a Enrico VI, catturata in battaglia, protagonista di una maternità tardiva che alimentò sospetti e dicerie, Costanza dovette muoversi tra intrighi, guerre e ambizioni imperiali per proteggere l’unico bene davvero irrinunciabile: il figlio, quel Federico destinato a diventare l’ultimo imperatore del Medioevo.

Tra vicende documentate e tradizioni rielaborate nel corso dei secoli, questo libro ricostruisce la verità e rilegge il mito di una donna che visse in bilico tra potere supremo e fragilità umana, tra fede religiosa e virtù politica, tra la luce ricevuta e quella donata. Madre, regina, imperatrice, simbolo inquieto di un’epoca in trasformazione, Costanza d’Altavilla emerge come protagonista inattesa della grande storia che avrebbe cambiato il volto dell’Europa.

Mario Prignano, Melfi 1130: l’antipapa Anacleto II inventa il Regno di Sicilia

Il regno di Sicilia, che per secoli, con varie denominazioni, ha condizionato i destini dell’Italia e dell’intero Vecchio continente, fu “inventato” dal nulla da un antipapa. E fu “inventato” a Melfi. 

L’antipapa si chiamava Anacleto II. Eletto nel 1130 in opposizione a Innocenzo II in un momento particolarmente turbolento della storia della città di Roma, Anacleto era dotato di grande personalità, profonda conoscenza dei meccanismi di curia e spiccata capacità di governo. Furono probabilmente queste doti che gli consentirono di assicurarsi subito il controllo della Città eterna e, contemporaneamente, concepire un preciso disegno per legare in modo indissolubile alla Sede apostolica i normanni, inaffidabili e riluttanti difensori del papato nella sua lotta a fasi alterne con l’imperatore. Secondo tale disegno il duca di Puglia e Calabria, il normanno Ruggero II, veniva trasformato in re, vassallo del romano pontefice, e il suo ducato in un regno, il regno di Sicilia, con Palermo capitale. Tutto questo trovò attuazione grazie ad un concilio che Anacleto decise di convocare in quello stesso 1130 a Melfi, crocevia del potere politico e religioso dell’intero Mezzogiorno, già sede nel recente passato di diversi importanti sinodi.

Se gli accidenti della storia non avessero relegato Anacleto II tra i cosiddetti “antipapi”, oggi, forse, molte fonti che lo riguardavano sarebbero sopravvissute e sapremmo certamente di più di questo fondamentale snodo della storia italiana ed europea. Sappiamo però che la decisione fu frutto di un intenso negoziato tra Anacleto e Ruggero, il quale infine, il 25 dicembre 1130, fu incoronato nella cattedrale di Palermo.

Francesco Paolo Tocco, Ruggero II d’Altavilla, il primo re

Un duca, un’assemblea, una visione: a Melfi si delinea il futuro di un regno che dominerà mari e culture.

Nell’autunno del 1129 Ruggero II, figlio dell’omonimo conquistatore della Sicilia sottratta alla dominazione islamica tra il 1061 e il 1091, si accingeva a concludere una spedizione nel Sud Italia effettuata per garantirsi il controllo delle terre del Mezzogiorno e imporre il riconoscimento del proprio titolo ducale ereditato dall’ultimo discendente di Roberto il Guiscardo. Prima di tornare a Palermo Ruggero II riuniva in assemblea a Melfi i conti del Mezzogiorno per imporre il riconoscimento della sua autorità e proclamare la volontà di pacificare il Mezzogiorno. Si accingeva così a costruire qualcosa di grandioso e mai visto prima che avrebbe portato finalmente ordine in terre segnate dal conflitto e dall’insubordinazione. Il proposito di Ruggero si sarebbe concretizzato poco tempo dopo con la fondazione del Regno di Sicilia, un regno nuovo capace di recepire prestigiose istanze politiche e culturali da più parti del Mediterraneo. Un regno signore del mare ed esteso dall’Abruzzo alle coste dell’Africa. Questa assemblea di Melfi, prima di altre successive, costituisce dunque uno snodo decisivo della gestazione di un progetto politico destinato a lasciare una traccia profonda nella storia.

 

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Incontri con gli autori

Nel corso del 2026 saranno organizzati incontri di presentazioni e con gli autori nei comuni del Vulture e Alto Bradano, sia per il pubblico più ampio che per quello scolastico.

I volumi saranno inoltre presentati nelle principali fiere ed eventi dedicati all’editoria.

Scopri gli appuntamenti in calendario.

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