Skip to content Skip to footer

Rapolla 1255, la città distrutta e il problema delle fonti

Dopo la morte di Federico II, il Regno di Sicilia precipita in una crisi dinastica e politica. Nella riconquista di Manfredi, Rapolla paga un prezzo altissimo. Ma chi ordinò davvero la distruzione?

La distruzione di Rapolla del 1255 è uno degli episodi più drammatici della storia medievale del Vulture. È anche uno dei più delicati da raccontare, perché chiama in causa non soltanto la violenza della guerra, ma il rapporto complesso tra memoria, propaganda e fonti storiche. Al centro della vicenda ci sono Manfredi di Svevia, figlio di Federico II, Galvano Lancia, esponente di una delle famiglie più vicine alla dinastia sveva, e una fonte fondamentale ma problematica: il cosiddetto pseudo Iamsilla.

Rapolla, nei secoli bassomedievali, conobbe più distruzioni. Le fonti e la tradizione ne ricordano diverse: tra queste, quella del 1137, quella del 1183, che interessò anche la cattedrale, e soprattutto quella del 1255, avvenuta nel pieno della crisi seguita alla morte di Federico II. È quest’ultima a imporsi come momento di svolta, perché si colloca dentro una fase cruciale della storia del Regno di Sicilia: il passaggio dall’autorità federiciana alla fragile e contrastata affermazione di Manfredi.

Per comprendere Rapolla bisogna dunque partire da Castelfiorentino, nei pressi di Foggia, dove Federico II morì il 13 dicembre 1250. L’imperatore lasciava un’eredità politica immensa e instabile. Nel testamento, la successione era indicata in favore del figlio Corrado, nato nel 1228, già impegnato in Germania. In caso di morte di Corrado, la linea sarebbe passata a Enrico, detto anche Enrico Carlotto, e solo successivamente a Manfredi, nato nel 1232 dall’unione con Bianca Lancia.

La posizione di Manfredi era quindi delicata. Pur riconosciuto dal padre, rimaneva segnato dalla questione della nascita fuori dal matrimonio e, nella linea successoria, veniva collocato dopo Enrico, sebbene fosse più anziano. A lui Federico affidò però un ruolo immediatamente operativo: quello di baiulus del Regno, cioè governatore in assenza di Corrado.

Manfredi aveva appena diciotto anni. Si trovò a governare un territorio vasto e politicamente instabile, mentre il papato, guidato da Innocenzo IV, vedeva nella morte di Federico II l’occasione per riaffermare le proprie pretese sul Regno. Il conflitto tra Svevi e papato non era una novità: Federico era stato a lungo rappresentato dalla propaganda pontificia come una figura empia, perfino anticristica. Dopo la sua morte, quella retorica non si spense. Si trasferì sui figli e, in particolare, su Manfredi.

La crisi dinastica si intrecciò così con la guerra politica. Innocenzo IV rivendicava l’alta sovranità sul Regno, considerandolo in sostanza un feudo della Chiesa. Questa pretesa affondava le proprie radici nell’accordo di Melfi del 1059 tra papa Niccolò II e Roberto il Guiscardo, quando il papato aveva riconosciuto ai Normanni il dominio sull’Italia meridionale in cambio di una forma di subordinazione feudale.

Nei primi mesi dopo la morte del padre, Manfredi cercò di conservare il controllo del Regno e, nello stesso tempo, di non chiudere ogni possibilità diplomatica con il papa. La situazione interna, però, era instabile. Città come Capua e Napoli si ribellarono e si schierarono con il fronte pontificio. Manfredi decise allora di concentrare la propria azione sulla Puglia, scelta non soltanto strategica ma anche simbolica: lì si trovavano Foggia, luogo della morte di Federico II, Castel del Monte e Melfi, sede delle Costituzioni promulgate nel 1231.

Nel 1252 Corrado scese finalmente nel Regno. Formalmente il rapporto con Manfredi era di collaborazione, ma in realtà la tensione tra i due fratelli era forte. Corrado guardava con sospetto ai tentativi diplomatici di Manfredi con il papa e alla difficoltà del fratello nel reprimere le rivolte. Soprattutto, intendeva garantire il futuro del proprio figlio, Corradino, e per questo aveva interesse a ridimensionare il potere di Manfredi.

La morte di Corrado, il 21 maggio 1254 ad Avellino, aprì una nuova fase. Anche in questo caso, come già era accaduto alla morte di Federico II, circolarono accuse contro Manfredi: secondo ambienti filopapali, egli avrebbe avuto un ruolo nella morte del fratello. Lo pseudo Iamsilla, fonte vicina alla parte sveva e favorevole a Manfredi, respinge questa accusa.

Dopo la morte di Corrado, Manfredi venne marginalizzato. Il governo di parti importanti del Regno fu affidato ad altri: Calabria e Sicilia a Pietro Ruffo, Puglia e Basilicata al marchese Bertoldo di Hohenburg. Manfredi cercò allora un nuovo accordo con Innocenzo IV e, nell’ottobre del 1254, compì un gesto di forte valore simbolico: l’atto dello strator, conducendo il cavallo del pontefice. Era un segno di sottomissione e di riconoscimento dell’autorità papale.

Ma il tentativo fallì rapidamente. Poco dopo, lo scontro con Borrello d’Anglona, conclusosi con la morte di quest’ultimo, ruppe ogni equilibrio. Il papa ritenne Manfredi responsabile e si aprì una fase di guerra aperta. Manfredi, inseguito dagli uomini del pontefice e da Bertoldo, fu costretto a una fuga drammatica tra ottobre e novembre del 1254.

È qui che lo pseudo Iamsilla offre alcune delle pagine più vivide della sua narrazione. La fuga di Manfredi è raccontata con dettagli concreti: il freddo, la pioggia, la stanchezza, la paura, l’impossibilità di accendere un fuoco per non essere scoperti, la luna che a tratti illumina il cammino. Sono particolari che hanno indotto gli studiosi a riconoscere nella fonte una conoscenza ravvicinata degli eventi, quasi diaristica.

Manfredi riuscì infine a raggiungere Lucera, città fondamentale per la presenza della Camera Regia, cioè del tesoro del Regno. Da quel momento cominciò la riconquista. Tra il 1254 e il 1258, Manfredi riprese il controllo di numerose città. Le fonti ne contano ventuno. Tra le prime vi furono Foggia e Venosa. Rapolla compare poco dopo, in una posizione significativa.

La città apparteneva all’orbita di Galvano Lancia. Secondo il racconto dello pseudo Iamsilla, Rapolla rifiutò ostinatamente di sottomettersi, confidando nella propria posizione geografica e nelle proprie difese. La reazione fu durissima. La città venne presa con la forza; molti cittadini furono uccisi; Rapolla fu ridotta a uno stato di estrema desolazione. Siamo nei primi mesi del 1255.

Il punto decisivo, però, riguarda la responsabilità della distruzione. Lo pseudo Iamsilla attribuisce l’azione a Galvano Lancia e non chiama mai direttamente in causa Manfredi. Ma possiamo accettare questa versione senza riserve?

È qui che il racconto storico deve fermarsi e diventare metodo. Lo pseudo Iamsilla è una fonte preziosa, ma non neutrale. È una fonte filo-sveva e filo-manfrediana. Scrive da una prospettiva favorevole a Manfredi e tende, in alcuni casi, a proteggerne l’immagine politica. Questo non significa che la fonte sia falsa; significa che va interrogata criticamente.

Il problema emerge con chiarezza se si confronta Rapolla con altre città conquistate da Manfredi. Molti centri si arresero senza spargimento di sangue. Alcuni opposero resistenza. Solo tre subirono distruzioni particolarmente violente: Ariano Irpino, Rapolla e Mesagne. In tutti e tre i casi, lo pseudo Iamsilla evita di attribuire direttamente a Manfredi la responsabilità dell’azione. Tuttavia, per Ariano Irpino, una lettera papale attesta il coinvolgimento diretto di Manfredi. Questo elemento induce a guardare con cautela anche al caso di Rapolla.

Non si può dunque affermare con certezza assoluta che Manfredi ordinò personalmente la distruzione di Rapolla. Ma non si può neppure escludere che lo pseudo Iamsilla abbia consapevolmente attenuato o spostato la responsabilità del futuro re. La fonte potrebbe aver costruito un racconto in cui la violenza necessaria alla riconquista viene attribuita ai suoi uomini, preservando l’immagine del sovrano.

È un nodo storiografico di grande interesse. La storia non è la semplice ripetizione delle fonti. È il risultato di un lavoro critico sulle fonti. Ogni documento, ogni cronaca, ogni testimonianza nasce in un contesto, da un punto di vista, con un linguaggio e spesso con un’intenzione. Lo storico deve leggere ciò che la fonte dice, ma anche ciò che tace; deve valutare le omissioni, confrontare versioni diverse, distinguere il fatto dalla sua rappresentazione.

La distruzione di Rapolla, allora, non è soltanto un episodio di guerra. È anche un caso esemplare di come si costruisce la memoria politica. Per i sostenitori di Manfredi, la riconquista del Regno poteva apparire come il ristabilimento di un ordine legittimo dopo il caos seguito alla morte di Federico II e di Corrado. Per i nemici, invece, era la prova della violenza e dell’ambizione sveva. In mezzo, le città, le comunità, i cittadini, spesso travolti da decisioni prese molto più in alto.

Rapolla pagò il prezzo della sua resistenza. La sua distruzione si inserisce nel processo con cui Manfredi riuscì progressivamente a riprendere il controllo del Regno, fino a farsi incoronare re di Sicilia nel 1258. Ma dietro la narrazione politica della riconquista rimane la realtà materiale della devastazione: una città assediata, conquistata, colpita duramente.

Per questo raccontare Rapolla oggi significa restituire complessità a un episodio che non può essere ridotto né a leggenda nera né a celebrazione dinastica. Manfredi fu una delle figure più affascinanti e controverse del Medioevo italiano. Figlio di Federico II, uomo di cultura, sovrano capace, ma anche protagonista di una stagione segnata da conflitti feroci. La sua immagine, come quella del padre, fu costruita e deformata tanto dagli avversari quanto dai sostenitori.

Rapolla, con la sua distruzione del 1255, ci obbliga a guardare dentro questa ambiguità. Ci ricorda che il Medioevo lucano non fu periferico né marginale, ma parte viva delle grandi tensioni del XIII secolo: il conflitto tra Impero e papato, la successione sveva, la crisi del Regno di Sicilia, l’ascesa di Manfredi.

E soprattutto ci insegna una lezione essenziale: le fonti sono indispensabili, ma non sono mai trasparenti. Bisogna ascoltarle, confrontarle, metterle alla prova. Solo così la storia può avvicinarsi alla verità, non come racconto definitivo e immobile, ma come esercizio rigoroso di conoscenza.

Scopri gli approfondimenti sul nostro canale YouTube

Leave a comment