Tra VII e XI secolo il borgo lucano entrò più volte nella grande storia del Mezzogiorno: dalle campagne di Costante II alla costruzione del principato longobardo, fino all’affermazione normanna.
Acerenza è uno di quei luoghi in cui la storia locale non resta confinata alla dimensione municipale. Tra VII e XI secolo, il centro lucano si trovò al centro di processi politici, militari ed ecclesiastici che riguardarono l’intero Mezzogiorno. La sua posizione, la sua capacità difensiva e il suo ruolo religioso ne fecero un nodo rilevante nelle relazioni tra Longobardi, Impero romano d’Oriente e, più tardi, Normanni.
Parlare dell’Alto Medioevo significa però muoversi con cautela. Non perché quei secoli siano “bui” nel senso banale di arretrati o privi di cultura, ma perché le fonti scritte sono spesso scarse, discontinue, difficili da interpretare. È una povertà documentaria, non una povertà storica. Proprio per questo, quando una città come Acerenza compare nelle fonti, il dato assume un peso particolare.
Il primo grande contesto da considerare è quello longobardo. I Longobardi arrivarono in Italia nel 568, guidati da Alboino. Erano un popolo germanico e la loro immagine è stata a lungo condizionata da una tradizione negativa, che li ha presentati come i più “barbari” tra i barbari. Questa rappresentazione è riduttiva. I Longobardi lasciarono tracce profonde nella cultura, nell’arte, nel lessico e nelle istituzioni dell’Italia medievale.
La stessa lingua italiana conserva parole di origine longobarda, legate tanto alla guerra quanto alla vita quotidiana: termini come “faida”, “zuffa”, “schiaffo”, ma anche “banco” e “banca”. Sul piano culturale, il mondo longobardo produsse figure di altissimo livello, come Paolo Diacono, autore dell’Historia Langobardorum e tra gli intellettuali più importanti dell’Occidente dell’VIII secolo.
Nel Mezzogiorno, la presenza longobarda si consolidò con la formazione del Ducato di Benevento. Nato inizialmente intorno alla città di Benevento, il ducato si estese rapidamente nelle aree interne dell’Italia meridionale, dall’attuale Molise alla Calabria settentrionale. In questa costruzione politica rientrò anche Acerenza.
La città emerge con particolare evidenza nel 663, durante la spedizione in Italia dell’imperatore Costante II. È importante precisare che quello che spesso chiamiamo “impero bizantino” era, per i suoi protagonisti, l’Impero romano: gli abitanti di Costantinopoli si consideravano romani, non bizantini. Costante II, imperatore romano d’Oriente, sbarcò a Taranto e risalì la Puglia con l’obiettivo di colpire il Ducato di Benevento.
Il suo percorso passò per Acerenza. La città fu assediata, ma non conquistata. Il dato è significativo: se l’esercito imperiale si fermò davanti alle sue mura, significa che Acerenza era collocata su una direttrice strategica e che le sue strutture difensive avevano un valore concreto. La mancata conquista non è un episodio minore, ma un indizio della centralità militare del luogo nell’assetto dell’Italia meridionale altomedievale.
Costante II proseguì poi verso Benevento, ma la spedizione non ottenne il risultato sperato. L’imperatore si spostò infine in Sicilia, a Siracusa, dove morì. La campagna del 663 conferma che l’area interna lucana non era marginale rispetto alla politica imperiale: rientrava nelle strategie di controllo e riconquista dell’Italia meridionale.
Dopo questa fase, il mondo longobardo beneventano consolidò la propria identità anche sul piano religioso. I Longobardi, inizialmente ariani e in parte ancora legati a pratiche pagane, si convertirono progressivamente al cattolicesimo. In questo processo assunse grande importanza il culto di San Michele Arcangelo, figura guerriera e celeste particolarmente adatta alla nuova identità politica e religiosa longobarda. La presenza del culto micaelico in territori longobardi, compresa Acerenza, va letta dentro questa trasformazione.
La centralità di Acerenza riemerge con forza alla fine dell’VIII secolo. Nel 774 Carlo Magno conquistò il Regno longobardo dell’Italia settentrionale. Nel Mezzogiorno, però, Arechi II di Benevento non si sottomise allo stesso modo: assunse il titolo di princeps e trasformò il ducato in principato. La continuità del potere longobardo nel Sud divenne così una questione politica di primo piano.
Quando Arechi morì nel 787, la moglie Adelperga chiese a Carlo Magno la restituzione del figlio Grimoaldo II. Carlo accettò, ma pose condizioni pesanti. Tra queste vi sarebbe stata anche la demolizione delle mura di Salerno e di Acerenza. Ancora una volta Acerenza compare accanto a centri di primissima importanza. Se le sue mura erano oggetto di una clausola politica, vuol dire che la città era considerata una piazzaforte strategica del principato beneventano.
All’inizio del IX secolo Acerenza compare come sede di uno dei gastaldati del principato. Il gastaldato era una circoscrizione amministrativa e militare, affidata a un funzionario, il gastaldo. Tra le figure legate ad Acerenza emerge Sicone, personaggio di grande rilievo nella storia longobarda meridionale. Gastaldo di Acerenza, Sicone riuscì poi a diventare principe di Benevento.
La sua vicenda conferma il peso politico del centro lucano. Acerenza non era soltanto una città fortificata, ma anche un luogo da cui potevano emergere uomini destinati a ruoli di vertice nel principato. Le fonti ricordano inoltre episodi di conflitto interno: Acerenza avrebbe resistito a un assedio dell’esercito beneventano e sarebbe stata collegata alla congiura contro Grimoaldo. Sono dati che mostrano un quadro politico instabile, nel quale i centri territoriali avevano una propria capacità d’azione.
Sicone, una volta divenuto principe, condusse una politica ambiziosa. Tentò la conquista di Napoli e portò a Benevento il corpo di San Gennaro, che nella tradizione viene ricordato come vescovo di Benevento. Il trasferimento delle reliquie non fu un gesto soltanto religioso: nel Medioevo il possesso dei corpi santi aveva anche un valore politico, identitario e di prestigio urbano.
Dopo la morte di Sicone, il Mezzogiorno longobardo attraversò una fase di crisi, aggravata dalle incursioni saracene e dalle divisioni interne. Nell’849 il principato fu diviso tra Benevento e Salerno. Anche il gastaldato di Acerenza fu spartito: un ulteriore segno della sua rilevanza territoriale, perché la divisione di un’area amministrativa importante rifletteva equilibri di potere delicati.
Nel X secolo il quadro cambiò ancora. L’Impero romano d’Oriente tornò a esercitare una pressione crescente nell’Italia meridionale. La Basilicata e l’area del Vulture divennero zone di frontiera, attraversate da interessi politici e militari diversi. Anche sul piano ecclesiastico, Acerenza si trovò in un contesto di competizione tra Roma e Costantinopoli, tra giurisdizioni latine e influenze greche.
La successiva svolta fu normanna. I Normanni, discendenti dei gruppi scandinavi insediatisi nella Francia settentrionale e convertiti al cristianesimo, giunsero nell’Italia meridionale come mercenari. In pochi decenni, però, passarono dal servizio militare alla costruzione di un potere territoriale autonomo. La loro capacità di inserirsi nei conflitti locali e di sfruttare la frammentazione politica del Mezzogiorno fu decisiva.
Nel 1042 venne costituita la contea di Puglia, con Melfi come capitale politica della nuova presenza normanna e Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro, come conte. Acerenza entrò rapidamente in questa nuova geografia del potere: fu affidata ad Asclettino Drengot, esponente di una delle principali famiglie normanne. Da Acerenza sarebbe poi partito Riccardo Drengot, destinato a diventare conte di Aversa e principe di Capua.
Il passaggio ai Normanni non fu soltanto militare. Fu anche istituzionale ed ecclesiastico. Nel 1059, durante il concilio di Melfi, papa Niccolò II riconobbe Roberto il Guiscardo come duca di Puglia e Calabria, affidandogli anche la futura conquista della Sicilia. Nello stesso contesto Acerenza assunse un ruolo ecclesiastico di grande rilievo, con la figura dell’arcivescovo Godano.
Il rapporto tra Roberto il Guiscardo e Acerenza si consolidò dopo la rivolta baronale del 1061, quando il duca riconquistò la città. Le fonti e la tradizione collegano a questa fase anche il rafforzamento della sede episcopale e, probabilmente, il sostegno alla costruzione della cattedrale. L’edificio che ancora oggi domina Acerenza va compreso dentro questo quadro: non solo monumento religioso, ma segno di una stagione in cui potere politico normanno e autorità ecclesiastica cooperarono nella riorganizzazione del territorio.
L’“età dell’oro” di Acerenza, dunque, non coincide con un singolo evento. È piuttosto una lunga fase, tra VII e XI secolo, in cui la città appare ripetutamente al centro di passaggi decisivi: la resistenza all’assedio di Costante II, il ruolo nel principato longobardo, la funzione di gastaldato, la contesa tra poteri, l’inserimento nella nuova struttura normanna, la crescita del prestigio ecclesiastico.
Questa storia permette di correggere una lettura troppo periferica delle aree interne lucane. Acerenza non fu un semplice borgo isolato, ma un presidio, un centro amministrativo, una sede ecclesiastica e una piazzaforte posta in relazione con Benevento, Salerno, Costantinopoli, Roma, Melfi e la Sicilia normanna.
La difficoltà delle fonti impone prudenza, soprattutto per i secoli più antichi. Ma proprio i dati disponibili mostrano con chiarezza che Acerenza fu uno dei luoghi attraverso cui si costruì la storia politica dell’Alto Medioevo meridionale. Longobardi, Bizantini e Normanni non vi passarono come presenze episodiche: ciascuno di questi poteri contribuì a definirne il ruolo, la memoria e la posizione nella geografia storica della Basilicata.
