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Un giorno d’agosto del 1232

Melfi, anno del signore 1232. È la vigilia di san Lorenzo: a quei tempi i giorni del mese non si indicavano coi numeri, come siamo abituati a fare noi, ma con le ricorrenze del calendario liturgico. San Lorenzo cade il 10 agosto – lo sappiamo tutti perché in quella notte guardiamo il cielo per scrutare le stelle cadenti – e il conto si fa in fretta: è, dunque, il 9 agosto. Siamo nella casa del medico dell’imperatore Federico II di Svevia, il maestro Volmarus: un nome insolito, forse tedesco, assimilabile facilmente a Wolmar.

In quella giornata avviene una cosa apparentemente insignificante, ma destinata a cambiare la storia della nostra cultura nei secoli. La copia del «libro di Avicenna sugli animali» è stata terminata dal maestro tedesco Enrico di Colonia. Maestro in cosa? All’epoca il titolo indicava competenza tecnica, un sapere specifico, ma non necessariamente accademico: le Università erano nate da poco. Gli studenti potevano fermarsi a un primo livello, il baccellierato, o continuare con l’acquisizione della licentia docendi, il permesso (anzi l’obbligo, per i primi anni) di insegnare. Solo a quel punto la cerimonia, chiamata “conventato”, era solenne, ed era preceduta da una disquisizione pubblica: con uno spillo l’esaminatore bucava a caso un foglio con un elenco di questioni su cui il candidato avrebbe dovuto essere pronto a esporre.

Che Enrico di Colonia fosse medico come Wolmar (forse suo compatriota) è un’ipotesi percorribile sulla base dell’interesse per il libro copiato, di argomento che, però, potremmo anche considerare filosofico. Chi voleva diventare medico, del resto, come aveva decretato lo stesso imperatore Federico, prima di applicarsi agli studi specifici, avrebbe dovuto dapprima dedicarsi alle arti liberali del Trivio (Grammatica, Dialettica, Retorica) e del Quadrivio (Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia), poi fare tre anni di Logica.

Le informazioni su cui stiamo ragionando, quelle su Wolmar ed Enrico, le ricaviamo dalla nota finale di alcuni manoscritti (il Vat. Lat. 7096, f. 86r; il Barb. Lat. 305, f. 49v; il Par., Arsenal 703, f. 30r, ecc.) che contengono il libro che era stato appena finito di copiare, quello di Avicenna sugli animali, cioè il De animalibus del filosofo e scienziato musulmano Ibn Sn, un trattato di zoologia sulla natura e sulla riproduzione di uccelli, pesci, quadrupedi e bipedi che commenta e integra la Historia animalium del grande Aristotele. L’opera era stata tradotta in latino da Michele Scoto, filosofo di origine gallese. Una novità assoluta, che avrebbe cambiato il modo di impostare il pensiero.

Quanto tempo avesse impiegato Enrico di Colonia, non possiamo dirlo. Certo non poco, perché il manoscritto non era piccolo: contava circa 80 carte (ovvero 160 pagine, perché ciascuna carta ha il recto e il verso) di grande formato. Lo sforzo, insomma, fu ingente, ma, nonostante il caldo estivo, fu alleviato dal piacere della conoscenza. I copisti, spesso, giunti alla fine, si sentivano sollevati: la vista era affaticata, come tutto il resto del corpo, anche se il lavoro era stato compiuto da una mano sola. Erompevano in dichiarazioni di giubilo, o formulavano anatemi contro chiunque osasse guastare il frutto di così ingente sforzo.

Enrico, invece, no, né giubilo, né anatemi. Ma lode a Cristo e ossequio per chi gli aveva concesso il permesso. Questo è quanto scrive:

Nell’anno del signore 1232, il giorno della vigilia di san Lorenzo, nella casa del maestro Wolmar, medico dell’imperatore, è stato completato il libro di Avicenna sugli animali, che il maestro Enrico di Colonia ha copiato dall’esemplare del magnifico imperatore nostro signore Federico a Melfi, città della Apulia, dove il signor imperatore diede in prestito allo stesso maestro quel libro. Questo lavoro è stato iniziato e completato con l’aiuto del Cristo vivente.

Poche parole, ma ben scandite, che aggiungono anche un’altra, straordinaria notizia. L’esemplare per la sua copia gli era stato dato nientedimeno che dall’imperatore Federico in persona. E a questa notizia, dal canto nostro, possiamo aggiungerne un’altra, parimenti straordinaria.

L’esemplare, cioè l’originale, non è andato perso, al contrario dei tantissimi che, invece, non hanno resistito alle ingiurie del tempo. Possiamo presumibilmente identificarlo nel ms. della Biblioteca Vaticana, Chigi E. VIII. 251, che contiene due traduzioni di Michele Scoto, quella della Historia animalium, fatta a Toledo poco prima del 1220, e quella, per l’appunto, del De animalibus di Avicenna. All’inizio, sul verso del foglio di guardia si legge la dedica rubricata (cioè con inchiostro rosso): «Federico, imperatore dei Romani, signore del mondo, accogli questo lavoro che ti offre con devozione Michele Scoto, perché sia corona graziosa per il tuo capo e monile per il tuo collo». Così dice lo Scoto citando un versetto biblico (Prov., I 9: «ut addatur gratia capiti tuo et torques collo tuo»). La dedica è ripetuta identica anche all’inizio della traduzione di Avicenna.

Al di là della dedica, però, che potrebbe essere stata riprodotta da un’altra copia, a farci pensare che sia proprio quello l’originale appartenuto a Federico è una nota poliglotta sull’ultima carta, apposta per altra mano, dopo un po’ di spazio lasciato bianco. Una nota di 5 parole, ma scritta in 4 lingue diverse, come evidenzia una didascalia posta su ogni parola: «Felix» (Felice, attributo imperiale antico, in latino); «Elmelic» (al Malik, sovrano, in arabo); «Dober» (Signore, in slavo); «Friderich» (Federico, in tedesco); «Salemelich» (salam alaykum, di nuovo in arabo, “la pace sia su di te”). Che senso avrebbe avuto se il manoscritto non avesse fatto parte della biblioteca di Federico e non gli fosse stato donato direttamente dal suo autore, Michele Scoto?

Quattro lingue diverse. Ma quante se ne parlavano alla corte dell’imperatore Federico? Certamente tante, se contiamo quelle dell’invocazione dello Scoto e ci aggiungiamo, poi, il volgare “siciliano”, attestato dai versi della poesia con cui si apre la letteratura italiana, il provenzale (la lingua d’oc) che ne offriva il modello, quella d’oïl dei romanzi cavallereschi alla moda, il tedesco dei nobili che avevano accompagnato l’imperatore dalla Germania, l’ebraico e il greco che furono tradotti per i libri della biblioteca.

A proposito, quanto era ricca e come era fatta la biblioteca dell’imperatore? I manoscritti erano beni preziosi, rientravano nell’asse patrimoniale: poche decine erano già un numero imponente, degno di un imperatore. Innanzitutto, erano di pergamena, prodotta dal vello di agnelli o capretti: uno per ogni fascicolo o quaderno (cioè, tipicamente, un foglio piegato in quattro); dunque, maggiore era il numero dei fascicoli, più alto era il costo, se teniamo conto del fatto che il gregge da cui ricavare il vello per un libro era una fonte primaria di sostentamento e di ricchezza. La carta, che allora aveva già iniziato a circolare, era più economica, sì, ma anche più deperibile, tant’è vero che lo stesso Federico ne proibì l’uso per i documenti ufficiali, che dovevano rimanere perenni. L’inchiostro era spesso acido e corrodeva, lasciando buchi o solchi nel foglio: era chiamato “atramento”, perché nero, anzi, scuro. I manoscritti miniati prevedevano l’uso di inchiostro rosso, chiamato minio, perché fabbricato con quel minerale, che dava ulteriore valore al manufatto: la miniatura intesa come illustrazione prende il nome proprio da quel materiale. Le librerie, poi, non erano come quelle a cui siamo abituati ora. Generalmente erano chiuse con sportelli ed erano chiamate armadi. Ma poiché il sovrano viaggiava spesso, presumibilmente i libri erano trasportati in casse di legno, e lì lasciati, se non dovevano essere letti.

Le domande, quando iniziano, si moltiplicano: una tira l’altra. Che ci faceva Federico a Melfi, con la sua biblioteca? E com’era Melfi, all’epoca?

Tratto da “Merli, aquile e falchi. Itinerari tra i castelli di Federico II”, di Fulvio Delle Donne, Laterza 2026

 

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