Figlio di Federico II, sovrano colto e controverso, Manfredi fu protagonista di una stagione decisiva del Medioevo mediterraneo. Da Palazzo San Gervasio alla battaglia di Benevento, la sua vicenda intreccia potere, sapere, propaganda e memoria.
Manfredi di Svevia appartiene a quella categoria di personaggi storici la cui vita non si esaurisce nel tempo in cui vissero. Come suo padre Federico II, continua a esistere nella memoria, nella letteratura, nella propaganda, nelle interpretazioni degli storici. Fu sovrano, uomo d’armi, uomo di cultura, protagonista di una vicenda politica drammatica e, dopo la morte, oggetto di una lunga contesa simbolica.
Raccontarlo significa entrare nel cuore del XIII secolo, in un mondo molto più ampio dei confini a cui siamo abituati. L’orizzonte di Federico II e di Manfredi non coincideva con l’Europa attuale. Era uno spazio che andava dalla Germania all’Italia meridionale, dalle coste del Nord Europa al Mediterraneo, fino alle sponde dell’Africa. Il Regno di Sicilia, di cui Manfredi sarebbe diventato re, non indicava soltanto l’isola: comprendeva l’intero Mezzogiorno, la cosiddetta Sicilia al di qua e al di là del Faro.
È dentro questa geografia politica e culturale che luoghi come Palazzo San Gervasio, Banzi, Forenza e il Vulture assumono significato. Non come periferie, ma come parti di un sistema imperiale e mediterraneo. Il Mezzogiorno svevo non era un margine arretrato, ma uno dei poli più importanti d’Europa: un regno organizzato, ricco, attraversato da strade, castelli, corti, scuole, funzionari, poeti e uomini di sapere.
La vicenda di Manfredi comincia nel segno dell’ambiguità dinastica. Non conosciamo con certezza la sua data di nascita. Era figlio di Federico II e di Bianca Lancia, nato fuori dal matrimonio, e proprio questa condizione segnò a lungo la sua posizione. Nel testamento di Federico, redatto alla vigilia della morte dell’imperatore nel 1250, Manfredi fu riconosciuto e inserito nella linea di successione, ma non al primo posto. Prima di lui venivano Corrado e poi Enrico, detto anche Enrico Carlotto.
Quando Federico II morì a Castelfiorentino, nei pressi di Foggia, il 13 dicembre 1250, Manfredi era accanto a lui. Questo dato, di per sé semplice, divenne presto materia di propaganda. In ambienti ostili agli Svevi cominciò a circolare l’accusa secondo cui Manfredi avrebbe soffocato il padre per impadronirsi del Regno. È una leggenda nera priva di fondamento storico: Federico era malato, consapevole della morte imminente e aveva fatto testamento. Non vi era alcuna necessità politica di un assassinio.
Eppure quella rappresentazione ebbe fortuna. Le cronache figurate di Giovanni Villani, realizzate in ambiente fiorentino nel secolo successivo, mostrarono Federico ucciso dal figlio. Non si tratta di una semplice invenzione narrativa: è un atto ideologico. Serve a dannare la memoria dell’imperatore e del suo erede, a costruire l’immagine di una dinastia empia, violenta, illegittima. La storia di Federico e Manfredi fu infatti anche una guerra di immagini, di parole, di accuse.
Al centro di questo scontro vi era il rapporto con il papato. Federico II era stato scomunicato più volte e dichiarato decaduto dall’Impero da papa Innocenzo IV. Morì scomunicato, ma volle indossare il saio dei cistercensi ed essere sepolto nella cattedrale di Palermo. Questo dettaglio è importante: nel Duecento la scomunica, soprattutto quando rivolta a sovrani e imperatori, aveva spesso una funzione politica più che strettamente religiosa. Essere scomunicato non significava automaticamente essere percepito come estraneo a Dio o privo di religiosità.
Lo stesso vale per Manfredi, anche lui scomunicato. La sua vicenda non può essere compresa se si separa la religione dalla politica. Il papato rivendicava un ruolo decisivo sul Regno di Sicilia, considerato feudo della Chiesa fin dall’accordo di Melfi del 1059 con i Normanni. Per gli Svevi, invece, il Regno era il cuore di un progetto monarchico forte, fondato su leggi, amministrazione, controllo del territorio e autonomia del potere regio.
Le Costituzioni di Melfi, emanate da Federico II nel 1231, furono uno dei cardini di questo progetto. Esse contribuirono alla costruzione di uno Stato organizzato, accentrato, capace di limitare i poteri locali e di affermare la sovranità del re. Anche per questo Federico e i suoi eredi fecero paura: non soltanto al papato, ma anche ai comuni dell’Italia centro-settentrionale, abituati a leggere il potere svevo come minaccia alla propria autonomia.
Dopo la morte di Federico, Manfredi si trovò a governare in una posizione difficile. Corrado, erede designato, era in Germania; Manfredi assunse il ruolo di governatore del Regno. Nel 1254, alla morte di Corrado, la situazione precipitò. Ancora una volta, la propaganda ostile accusò Manfredi di fratricidio. Anche questa accusa rientra nella costruzione di una memoria negativa, alimentata dal conflitto tra parte sveva e parte pontificia.
Nel 1258 Manfredi compì il passo decisivo: si fece incoronare re di Sicilia a Palermo, probabilmente il 10 o l’11 agosto. Le fonti non concordano perfettamente sulla data. L’incoronazione avvenne senza il papa, anzi contro la volontà papale. Fu un gesto politico fortissimo, che sanciva la sua pretesa al trono e la continuità con il progetto federiciano.
Da quel momento Manfredi divenne uno dei principali punti di riferimento del mondo ghibellino. La sua figura assunse una dimensione che andava oltre il Mezzogiorno. Si inserì nello scontro più ampio tra guelfi e ghibellini, tra fautori del papato e sostenitori dell’autorità imperiale o sveva. Anche queste etichette, tuttavia, vanno maneggiate con cautela: sono parole cariche di storia, simboli, deformazioni polemiche e memorie costruite nel tempo.
La risposta del papato fu radicale. Urbano IV chiamò Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, a combattere Manfredi e a prendere il Regno. Carlo arrivò in Italia con il sostegno del papa e di un vasto sistema di alleanze. Nel maggio del 1265 giunse a Roma, ottenne il titolo di senatore e fu poi investito del Regno di Sicilia.
Lo scontro decisivo avvenne a Benevento, nel febbraio 1266. Fu una battaglia campale, evento raro nel Medioevo, e assunse subito il valore di una resa dei conti tra due mondi. L’esercito di Manfredi era forte, composto anche da cavalieri tedeschi pesantemente armati. Ma ogni tecnologia militare ha i suoi punti deboli. Gli Angioini seppero colpire dove le armature proteggevano meno, in particolare sotto l’ascella, usando pugnali e stocchi.
Quando la battaglia volse al peggio, Manfredi scelse di combattere personalmente. Abbassò la celata dell’elmo e perse il cimiero con l’aquila imperiale, segno che lo rendeva riconoscibile. Cadde da cavallo e venne ucciso senza essere identificato. Il suo corpo rimase per tre giorni sul campo, confuso tra i morti. Carlo d’Angiò scrisse al papa annunciando la vittoria, ma ammettendo di non sapere dove fosse il re sconfitto.
Il corpo di Manfredi fu poi ritrovato, spogliato e portato su un mulo. Carlo rifiutò di seppellirlo in terra consacrata, perché scomunicato. Il resto della vicenda — l’eventuale dissotterramento e il trasferimento delle ossa fuori dal Regno — ci è noto soprattutto attraverso Dante, che nel terzo canto del Purgatorio salva Manfredi dall’Inferno e gli restituisce una dignità spirituale e poetica.
La scelta di Dante è decisiva per la memoria del sovrano svevo. Manfredi compare come peccatore pentito, accolto nel cammino della salvezza nonostante la scomunica. In questo modo Dante si oppone alla cancellazione totale della sua memoria. Non ne fa un santo, ma nemmeno un dannato. Lo consegna alla posterità come figura tragica, nobile, luminosa.
Questa luce non riguarda solo la politica. Manfredi fu davvero un re sapiente. La sua cultura si inseriva nella tradizione federiciana, una tradizione in cui il sapere non era ornamento del potere, ma sua componente essenziale. Federico II aveva promosso studi giuridici, scientifici, poetici, naturalistici. La corte sveva fu un luogo di circolazione di lingue e conoscenze: latino, volgare, greco, arabo; diritto, poesia, filosofia, medicina, scienza della natura.
Uno dei simboli più alti di questa cultura è il De arte venandi cum avibus, il trattato di Federico II sulla caccia con gli uccelli. Chiamarlo solo trattato di falconeria sarebbe riduttivo. È un’opera di osservazione naturalistica, fondata sull’esperienza diretta, sul confronto critico con gli autori antichi, perfino con Aristotele. Manfredi ne custodì e corresse una versione preziosissima, oggi conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana. In alcune parti del manoscritto compare il segno “Manfredus Rex”, a indicare interventi attribuiti al sovrano.
Quel codice è insieme splendido e tragico. Splendido per la qualità delle miniature e per il valore scientifico dell’opera; tragico perché si interrompe bruscamente, quasi segnato dalla morte di Manfredi. È uno dei documenti più potenti della continuità culturale tra padre e figlio.
Manfredi fu anche legato alla trasmissione del sapere filosofico. A lui è attribuita la traduzione del De pomo, testo pseudo-aristotelico dedicato al tema dell’immortalità dell’anima. Anche qui il dato è significativo: il sovrano non appare soltanto come guerriero o uomo di potere, ma come figura interessata ai grandi problemi della conoscenza, della vita, della morte, dell’eternità.
Il tema dell’eternità attraversa tutta la sua vicenda. L’eternità non è solo quella religiosa dell’anima, ma anche quella della memoria. Un uomo può sopravvivere nella traccia che lascia: nelle opere, nelle leggi, nei libri, nei versi, nelle immagini, nelle storie che continuano a essere raccontate.
La scuola poetica siciliana, nata nell’ambiente della corte sveva, partecipa di questa stessa visione. Essa non fu “siciliana” nel senso ristretto dell’isola, ma nel senso ampio del Regno di Sicilia. Fu un fenomeno culturale dell’intero Mezzogiorno e della corte federiciana, una delle origini della letteratura italiana. Anche territori come il Vulture e l’Alto Bradano furono parte di questo mondo di mobilità, corte, cultura e potere.
Alla grandezza di Manfredi si accompagna però la tragedia della sua famiglia. Sua moglie, Elena d’Epiro, “la regina venuta dal mare”, dopo la morte del marito tentò la fuga ma fu catturata dagli Angioini. I figli maschi di Manfredi furono imprigionati e condannati a una vita di reclusione. Alcuni morirono in carcere; uno, secondo alcune tradizioni, avrebbe forse conosciuto una sorte diversa. La loro prigionia fu parte di una strategia politica precisa: cancellare la possibilità di una continuità dinastica sveva.
Manfredi, dunque, fu sconfitto militarmente, ma non cancellato. La propaganda cercò di dipingerlo come empio, usurpatore, assassino del padre e del fratello. La letteratura lo salvò. La storiografia oggi prova a restituirlo alla sua complessità: sovrano ambizioso, erede di un progetto politico forte, uomo di cultura, protagonista di una stagione segnata da violenza, conflitto e straordinaria vitalità intellettuale.
